
29/09/2025
a cura di Michele Sangiovanni
Il 9 settembre 2025, il Parlamento europeo ha tracciato – a larghissima maggioranza – l’indirizzo di riforma delle direttive sugli appalti pubblici.
La risoluzione apre la strada a un progetto ambizioso volto a ripensare il funzionamento delle procedure di gara, con l’obiettivo di rafforzare il mercato unico, accrescere l’autonomia strategica dell’Unione e valorizzare gli appalti pubblici come leva per il rilancio della competitività dell’economia europea.
L’esigenza di riformare le direttive appalti nasce innanzitutto da una necessità pratica riscontrata negli ultimi anni, ossia che un impianto normativo ‘moderno’ non è di per sé solo sufficiente se la sua applicazione, nei diversi Stati membri, si traduce in incertezza giuridica e ostacoli di accesso al mercato.
A ciò si aggiunge che, nonostante la riforma del 2014 fosse volta a semplificare le procedure, rafforzare la trasparenza e contrastare la corruzione, le difficoltà di partecipazione alle gare restano significative, soprattutto per i piccoli operatori economici. Secondo il Parlamento europeo, le procedure si sono anzi progressivamente complicate e appesantite, scoraggiando una platea ampia e diversificata di fornitori, compresi quelli transfrontalieri.
A conferma di tale quadro, la Corte dei conti europea, ha rilevato negli ultimi anni un sensibile calo della concorrenza, con procedure sempre più spesso aggiudicate ad un solo offerente e ostili alla quasi totalità delle piccole e medie imprese. Nel solo 2023, inoltre, in venti Stati membri oltre il 50% delle gare pubbliche è stato aggiudicato sulla base del solo prezzo e, in dieci di essi, la quota ha superato addirittura l’80%.
Gli sviluppi del quadro internazionale degli ultimi anni hanno influenzato – negativamente – l’impostazione originaria delle direttive, fondata su un’apertura incondizionata dei mercati. Tale apertura, in assenza di standard ambientali, sociali e lavorativi equivalenti da parte degli operatori economici provenienti da Paesi terzi, rischia oggi di trasformarsi in un boomerang per l’economia europea.
Alla luce delle criticità evidenziate, il Parlamento europeo, forte anche dell’impegno già assunto dalla Commissione europea di rivedere il quadro normativo in modo da privilegiare i prodotti europei negli appalti di determinati settori strategici, ha sollecitato il Consiglio e la Commissione a un nuovo intervento di riforma delle direttive.
La risoluzione persegue un obiettivo chiaro: trasformare gli appalti pubblici in strumento di politica pubblica in grado di rafforzare l’industria europea e rilanciarne la competitività.
Elemento di maggior novità è, infatti, la proposta di introdurre una clausola di favore (c.d. “preferenza europea”), volta a garantire che una quota certa di risorse pubbliche sia destinata a prodotti e imprese dell’Unione, secondo criteri che incentivino innovazione e qualità, soprattutto nei settori considerati strategici.
Tale clausola, combinata con l’esclusione dei prodotti e delle imprese dei Paesi terzi che non praticano reciprocità effettiva, garantirebbe – secondo il Parlamento– il rilancio del mercato interno. Basta ricordare, infatti, che il settore degli appalti pubblici rappresenta un’importante fetta dell’economia europea. – ben il 14% del PIL. In questa prospettiva, si inseriscono anche il regolamento sulle sovvenzioni estere (Regolamento UE 2022/2560 del Parlamento europeo e del Consiglio) e lo strumento degli appalti internazionali, recentemente inclusi dalla Commissione europea tra gli strumenti di difesa commerciale per promuovere la condizioni di concorrenza eque e garantire la reciprocità nell’accesso ai mercati.
Il Parlamento chiede altresì alla Commissione di riformulare la disciplina delle cause di esclusione, introducendo criteri settoriali più mirati per contrastare in modo efficace corruzione e infiltrazioni criminali, e di superare l’attuale formalismo che comporta l’estromissione degli operatori anche per mere irregolarità minori. In tale ottica si auspica una regola generale che consenta la sanatoria o il chiarimento delle irregolarità formali senza ricorrere all’annullamento dell’aggiudicazione.
Infine, a detta del Legislatore europeo, la sfida principale è rappresentata dalla digitalizzazione degli appalti pubblici. È prioritario rendere il sistema più efficace e trasparente tramite piattaforme europee, semplici e sicure. Si chiede, dunque, la creazione di una struttura paneuropea di raccolta dati sugli appalti pubblici e la creazione di un passaporto digitale in primis per le piccole e medie imprese, ma nella prospettiva di un passaggio completo e definitivo al sistema digitale, in coerenza con il pacchetto digitale europeo.
In particolare, infatti, l’Unione europea ha adottato nel 2022 la legge sui servizi digitali e sui mercati digitali con lo scopo di governare la transazione digitale in corso, garantendo innovazione e crescita economica nel rispetto della sicurezza e delle libertà fondamentali dei cittadini.
In conclusione, la risoluzione del Parlamento europeo segna un momento di svolta potenziale: gli appalti pubblici devono essere considerati come veri e propri strumenti strategici di sviluppo e non mero strumento di spesa pubblica.
Nella complessità del contesto internazionale recente, l’Unione europea non può, in favore della concorrenza e dell’apertura del mercato, rinunciare alla tutela e al perseguimento dell’innovazione, della coesione territoriale e sociale, nonché della sostenibilità ambientale, ma deve, soprattutto nei settori strategici quali difesa o infrastrutture, adottare degli “scudi protettivi”.
Tuttavia, è chiaro che qualora l’intervento di riforma dovesse essere accolto, il legislatore italiano dovrà nuovamente intervenire sulla materia contrattualistica. Il Codice dei contratti pubblici, approvato da soli due anni, rischia, pertanto, di avere vita breve rispetto ai suoi predecessori. Un sacrificio costoso, ma forse necessario per un cambio di passo incentrato sulla strategicità economica europea degli appalti.