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IL DOCUMENTO STRATEGICO DI POLITICA SPAZIALE NAZIONALE TRA PROMOZIONE DEL MERCATO E CONTROLLO PUBBLICO: PRIME OSSERVAZIONI

15 giugno 2026

a cura di Michele Sangiovanni

L’avvento della cosiddetta New Space Economy ha determinato una profonda trasformazione del settore spaziale, tradizionalmente dominato da attori pubblici e governativi, verso un modello caratterizzato dalla crescente partecipazione di operatori privati. In questo contesto, il bilanciamento tra controllo pubblico e iniziativa economica privata costituisce il nodo centrale del nuovo quadro regolatorio nel quale si inserisce il Documento Strategico di Politica Spaziale Nazionale (DSPSN).

Il 22 maggio 2026, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, in qualità di Autorità Delegata per le Politiche Spaziali, ha reso pubblico il DSPSN, elaborato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, in coordinamento con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI). Si tratta di un atto di indirizzo di primaria rilevanza nella definizione della strategia politica nazionale nel settore della Space Economy.

Ai fini di una corretta collocazione del documento nel quadro normativo di riferimento, appare opportuno riscostruire preliminarmente la procedura di approvazione e il ruolo delle autorità che vi concorrono.

 La disciplina delle attività spaziali nell’ordinamento italiano è stata oggetto di interventi normativi frammentari, culminati dapprima nell’adozione della legge 11 gennaio 2018, n. 7, recante misure per il coordinamento della politica spaziale e aerospaziale. Con essa il legislatore ha ridefinito la governance dell’alta direzione aerospaziale e riformato il funzionamento dell’Agenzia spaziale (ASI).

Segnatamente, la l. n. 7/2018 attribuisce al Presidente del Consiglio dei ministri la direzione e il coordinamento delle politiche spaziali e istituisce il Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio e alla ricerca aerospaziale (COMINT), ai sensi dell’art. 2, comma 1.

Il COMINT, quale organo a supporto della Presidenza del Consiglio, è preposto alla definizione degli indirizzi del Governo in materia spaziale e alla declinazione degli obiettivi strategici e degli interventi necessari per il loro conseguimento (art. 2, comma 6).

A tale scopo, il Comitato approva il Documento Strategico di Politica Spaziale Nazionale che, pur rivestendo natura programmatica, costituisce un passaggio ineludibile nella formalizzazione degli indirizzi governativi in ambito aerospaziale. In particolare, la procedura di definizione degli indirizzi strategici è formulata tramite l’elaborazione di una serie di documenti culminanti nel Piano Triennale delle Attività dell’ASI, ai sensi del d.lgs. 128/2003.

Esaminando nel dettaglio il documento, il DSPSN individua quattro assi strategici, dei quali due risultano particolarmente significativi ai fini del presente contributo: il secondo, incentrato sulla crescita e sulla competitività dell’ecosistema industriale nazionale e sulla sua integrazione a livello europeo; il terzo, dedicato al contesto regolatorio; oltre al primo, sull’ampliamento della conoscenza e al quarto, relativo al rafforzamento delle collaborazioni internazionali.

Dal combinato disposto di tali obiettivi emerge, quale dato di immediata evidenza, la centralità riconosciuta al settore aerospaziale quale asset strategico nazionale.

Coerentemente con tale impostazione, il documento pone l’accento sulla necessità di promuovere la semplificazione delle procedure amministrative per l’acquisizione di servizi e tecnologie spaziali e di favorire l’adozione di schemi regolatori più snelli e funzionali alla competitività del Paese.

Tuttavia, l’obiettivo programmatico di un assetto regolatorio favorevole alla competitività si confronta con ulteriori previsioni dalle quali traspare una marcata tendenza al rafforzamento della sfera di controllo pubblico sull’iniziativa economica privata.

In particolare, in controtendenza rispetto alla New Space Economy, il documento contempla il mantenimento di un nucleo di servizi governativi, nonché l’introduzione di meccanismi di tutela degli interessi essenziali e l’imposizione di vincoli specifici agli operatori cui è affidati la gestione di infrastrutture spaziali.

Parallelamente, nell’ottica di sostenere la competitività della filiera industriale nazionale, il documento prefigura una strategia concentrata sulla selezione di imprese ‘meritevoli’, sul controllo delle operazioni societarie e dei trasferimenti tecnologici.

Si configura pertanto un quadro strategico che, ove letto in combinato con il procedimento di autorizzazione alle attività spaziali disciplinato dalla l. n. 89/2025, solleva rilevanti interrogativi in ordine al richiamato equilibrio tra controllo pubblico e accesso al mercato, nonché circa la sovrapposizione con alcuni istituti del diritto amministrativo, quale la disciplina dei poteri speciali esercitabili dal Governo per salvaguardare asset strategici (c.d. golden power).

In effetti, l’attività spaziale, per quanto formalmente privata e libera, assume tratti di evidente rilevanza pubblicistica, tali da giustificare il ricorso a penetranti strumenti di controllo e supervisione da parte del potere pubblico.

Cionondimeno, la qualificazione in termini strategici della filiera spaziale rischia di porsi in tensione con la dichiarata finalità del legislatore di promuovere l’apertura del mercato e favorire l’accesso degli operatori privati al settore.

Peraltro, ciò impone di interrogarsi su quale sia il livello più opportuno di intervento, anche in considerazione delle soluzioni normative elaborate in sede europea.

A tal riguardo, l’EU Space Act, attualmente in fase di esame e destinato a entrare in vigore non prima del 2030, vincola già oggi i singoli Stati membri a orientare le proprie scelte strategiche in coerenza con l’impostazione sovranazionale, così da prevenire eventuali profili di incompatibilità tra i rispettivi quadri normativi nazionali e l’assetto comunitario in via di definizione.

Ad ogni modo, nonostante le criticità rilevabili nell’impostazione della strategia spaziale nazionale, quest’ultima sembra costituire un modello di riferimento per il nascente framework regolatorio europeo.

Dalla lettura dello Space Act emerge, infatti, una convergenza verso una ‘terza via’ che si pone in posizione mediana tra il modello dirigista cinese e quello liberale statunitense nella regolazione del settore spaziale. Tuttavia, se sul piano degli orientamenti strategici il quadro europeo appare allineato all’approccio nazionale, se ne discosta sensibilmente sul piano operativo: l’eccessiva burocratizzazione dei processi rischia di tradursi in un ostacolo strutturale, vanificando in tal modo l’obiettivo dichiarato di favorire e sostenere l’accesso al mercato da parte degli operatori economici.

In definitiva, il DSPSN segna un passo significativo nella costruzione di una politica spaziale sistematica e consapevole della centralità strategica del settore aerospaziale.

Il documento ha il pregio di delineare con organicità gli obiettivi di crescita industriale, semplificazione amministrativa e rafforzamento della governance, inscrivendoli in un quadro coerente con gli impegni assunti dall’Italia sul piano europeo e dei trattati internazionali.

Al contempo, dall’analisi del documento emerge una tensione strutturale, e tuttora irrisolta, tra la vocazione alla promozione industriale e la persistente centralità degli strumenti di intervento pubblico.

Il mantenimento di servizi governativi, i meccanismi di presidio degli interessi di sicurezza e la strategia selettiva in ambito industriale delineano un assetto nel quale la presenza dello Stato conserva carattere pervasivo, con il rischio – non teorico – di introdurre barriere all’ingresso idonee a frustrare gli obiettivi di competitività perseguiti dal legislatore.

Tale contrasto si proietta, sul piano ordinamentale, nel rapporto ancora da definire tra il procedimento autorizzatorio introdotto dalla l. n. 89/2025 e i procedimenti connessi, quale la disciplina golden power, la cui potenziale sovrapposizione solleva questioni di coordinamento normativo.

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