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LA VICENDA POSTE ITALIANE–TIM: PARTECIPAZIONE PUBBLICA, CONTROLLO DELLE INFRASTRUTTURE DIGITALI E SOVRANITÀ TECNOLOGICA

27 luglio 2026

a cura di Agnese Trani

L’offerta pubblica di acquisto e di scambio (OPAS) lanciata da Poste Italiane S.p.A. su Telecom Italia costituisce, ad oggi, un terreno fertile di analisi del ruolo dello Stato nell’economia. L’operazione, lungi dall’esaurirsi a meri aspetti di diritto societario, investe direttamente il tema del riposizionamento dello Stato rispetto alle infrastrutture digitali strategiche, in un momento storico-politico in cui i concetti di sovranità tecnologica ed autonomia strategica, di matrice prevalentemente politica, tendono a tradursi in categorie giuridiche operative, sia a livello nazionale che europeo.

La vicenda prende forma nel febbraio del 2025, quando Poste Italiane acquisisce da Cassa Depositi e Prestiti una partecipazione pari a circa il 9,81% delle azioni ordinarie di TIM, contestualmente alla cessione a CDP della propria partecipazione in Nexi pari a circa il 3,78%. L’operazione viene qualificata come operazione con parti correlate di minore rilevanza, in quanto Poste e CDP sono entrambe sottoposte al controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). 

Tra marzo e settembre 2025 Poste acquisisce da Vivendi un’ulteriore quota, salendo al 24,81% delle azioni ordinarie, divenendo primo azionista industriale di TIM. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con provvedimento n. 31664 del 3 settembre 2025, delibera di non avviare l’istruttoria, qualificando l’operazione come inidonea, ai sensi dell’articolo 6, comma 1, della legge n. 287/1990, a ostacolare significativamente la concorrenza o a determinare posizioni dominanti. Un ulteriore sviluppo si registra nel dicembre 2025, quando Poste acquista da Vivendi ulteriori partecipazioni, raggiungendo il 27,32% delle azioni ordinarie di TIM.

Il 22 marzo 2026 Poste annuncia un’OPAS totalitaria volontaria su TIM ai sensi degli artt. 102 e 106, comma 4, del TUF, avente a oggetto la totalità delle azioni ordinarie di Telecom Italia S.p.A., con l’obiettivo di acquisire l’intero capitale dell’emittente e conseguirne il delisting.

La struttura economica dell’offerta, nella versione risultante dopo conversione delle azioni di risparmio e raggruppamento azionario, prevede per ciascuna azione TIM un corrispettivo misto pari a 1,67 euro in denaro più 0,218 azioni ordinarie di nuova emissione di Poste. Il Documento di Offerta approvato da Consob con delibera n. 24080 del 15 luglio 2026 ha ad oggetto massime 1.706.361.829 azioni ordinarie TIM, pari al 79,896% del capitale sociale, dedotta la partecipazione già detenuta da Poste pari al 20,104%.

L’operazione, dal punto di vista autorizzatorio, ha ottenuto i principali assensi richiesti dalle autorità nazionali ed europee competenti, tra cui la decisione di non esercizio dei poteri speciali da parte della Presidenza del Consiglio, le autorizzazioni della Commissione europea e della Banca d’Italia e, da ultimo, l’approvazione del Documento di offerta da parte della Consob con delibera n. 24080 del 15 luglio 2026. Il Documento di offerta è stato pubblicato il 19 luglio 2026 e il periodo di adesione, iniziato il giorno successivo, terminerà l’11 settembre 2026, salvo proroghe.

Quanto alla logica industriale, Poste presenta l’operazione come la costruzione della «più grande piattaforma connessa d’Italia», un «polo di sicurezza infrastrutturale e tecnologica» e un «pilastro strategico dell’economia nazionale». L’operazione segnala, dunque, un mutamento più profondo nel rapporto tra Stato, infrastrutture e digitale: il tentativo di dare forma a un operatore integrato, capace di tenere insieme connettività, cloud, dati, identità digitale, pagamenti e servizi rivolti a cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni.

Come anticipato, uno degli elementi che maggiormente rileva nella vicenda è la progressiva trasformazione delle tecniche attraverso le quali lo Stato interviene nei settori strategici. Lo Stato non ritorna secondo il modello tradizionale del gestore diretto o del monopolista pubblico, ma come garante della continuità dei servizi, della sicurezza e del presidio degli asset considerati essenziali e strategici per il funzionamento del sistema economico e istituzionale.

L’operazione non costituisce, tuttavia, una nazionalizzazione di TIM ma è promossa da Poste Italiane mediante un’offerta pubblica disciplinata dal TUF e si realizza attraverso gli strumenti del diritto societario e del mercato dei capitali. Poste, pur essendo sottoposta al controllo del Ministero dell’economia e delle finanze e di Cassa depositi e prestiti, rimane una società per azioni quotata, dotata di autonomia imprenditoriale e assoggettata alle norme del diritto privato. La rilevanza pubblicistica dell’operazione deriva, pertanto, dalla combinazione tra il controllo pubblico della società e la natura strategica delle attività coinvolte e non anche dalla natura formalmente amministrativistica del soggetto agente. La partecipazione societaria viene utilizzata per mantenere un’influenza stabile sugli indirizzi industriali di un’impresa attiva nei settori della connettività, del cloud, dei data center, della cybersecurity e dei servizi digitali destinati anche alle pubbliche amministrazioni.

Si configura, dunque, una forma di intervento pubblico societario e indiretto. Lo Stato incide sull’organizzazione dell’economia e sulle scelte strategiche societarie mediante i poteri dell’azionista, e non anche tramite potestà autoritative. La partecipazione pubblica diviene, in questo senso, uno strumento di politica industriale finalizzato non soltanto alla redditività dell’investimento, ma anche alla tutela di interessi quali sicurezza, resilienza e continuità dei servizi essenziali.

L’operazione Poste-TIM si inserisce, inoltre, nel progressivo ingresso dell’autonomia strategica e della sovranità tecnologica nel diritto pubblico dell’economia. Tali nozioni, pur non costituendo, ancora oggi, principi giuridici unitari e immediatamente applicabili, iniziano a operare come finalità tradotte in istituti specifici: golden power, disciplina delle infrastrutture critiche, cybersicurezza, programmazione degli investimenti, qualificazione dei fornitori, procurement strategico e politiche industriali. Se l’autonomia strategica indica la capacità di un ordinamento di assumere e attuare decisioni nei settori essenziali senza essere condizionato da dipendenze esterne eccessive o difficilmente sostituibili, la sovranità tecnologica ne rappresenta il presupposto materiale, traducendosi nella capacità di controllare infrastrutture, dati e tecnologie, nonché di disporre delle competenze necessarie per gestirli, proteggerli e, ove necessario, sostituirli. Non deve, inoltre, tradursi in comportamenti di tipo autarchico e protezionistico.

È in un tale quadro che si inseriscono politiche come il Polo Strategico Nazionale (PSN) e la Strategia Cloud Italia, traducendo l’obiettivo generale della sovranità tecnologica in strumenti di organizzazione e programmazione amministrativa. Il PSN è stato concepito come infrastruttura di riferimento per l’erogazione dei servizi cloud della pubblica amministrazione ed è destinato a ospitare dati e servizi critici e strategici, garantendo livelli elevati di sicurezza, affidabilità, resilienza e continuità operativa. La sua funzione consiste anche nel superare la frammentazione dei data center pubblici e nel ricondurre i dati maggiormente sensibili all’interno di un’infrastruttura localizzata sul territorio nazionale e sottoposta a un assetto unitario di governo.

La struttura organizzativa del PSN è particolarmente significativa anche sotto il profilo delle forme dell’intervento pubblico. La gestione non è affidata direttamente a un’amministrazione, ma a una società partecipata da TIM, Leonardo, CDP Equity e Sogei. Il modello combina, pertanto, indirizzo pubblico e organizzazione societaria: lo Stato individua gli obiettivi di sicurezza e autonomia, mentre la realizzazione e la gestione dell’infrastruttura sono affidate a soggetti organizzati secondo forme privatistiche, alcuni dei quali riconducibili al controllo pubblico. Proprio la presenza di TIM nel PSN consente di cogliere il collegamento tra la politica nazionale del cloud e l’operazione promossa da Poste.

Al Polo Strategico Nazionale si collega poi la Strategia Cloud Italia, elaborata dal Dipartimento per la trasformazione digitale e dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Essa individua tre obiettivi fondamentali: assicurare l’autonomia tecnologica del Paese, garantire il controllo sui dati e rafforzare la resilienza dei servizi digitali. La Strategia si fonda sulla classificazione dei dati e dei servizi delle amministrazioni, sulla qualificazione delle infrastrutture e dei fornitori cloud e sulla migrazione dei dati più sensibili verso ambienti dotati di maggiori garanzie di sicurezza.

La Strategia Cloud assume rilevanza giuridica in quanto atto di indirizzo e programmazione destinato a essere attuato attraverso disposizioni normative, provvedimenti di classificazione, procedure di qualificazione, convenzioni e contratti pubblici. La sicurezza tecnologica diviene così un criterio capace di incidere concretamente sull’organizzazione delle amministrazioni e sulle loro scelte di approvvigionamento. La sovranità tecnologica cessa, in tal modo, di essere soltanto una formula politica e si traduce in requisiti relativi alla localizzazione e alla disponibilità dei dati, alla sicurezza delle infrastrutture, all’affidabilità dei fornitori e alla continuità dei servizi.

È all’interno di questa cornice che deve essere collocata l’operazione Poste-TIM. Nel documento con cui annuncia l’offerta, Poste afferma di voler «scalare e potenziare» la propria piattaforma mediante l’acquisizione di una rete fissa e mobile di scala nazionale, di una posizione rilevante nelle infrastrutture cloud e nei data center e della capacità di offrire una connettività sicura e sovrana. Tali espressioni mostrano come l’operazione venga presentata come il consolidamento di un operatore integrato attivo nei settori della connettività, del cloud, dei dati, della cybersecurity, dell’identità digitale e dei servizi destinati alle pubbliche amministrazioni. Il collegamento con la politica pubblica del cloud non deriva, dunque, soltanto dalla natura strategica delle attività di TIM, ma anche dal suo inserimento nel PSN e dalla prospettiva di concentrare tali attività all’interno di un gruppo nel quale Poste prevede di mantenere una maggioranza del capitale riconducibile a soggetti a controllo pubblico. L’OPAS può pertanto essere letta come un tassello di un più ampio processo di ricomposizione pubblica o para-pubblica delle infrastrutture digitali strategiche. L’obiettivo non è ripristinare una gestione amministrativa diretta, ma mantenere un presidio proprietario e istituzionale su attività dalle quali dipendono la trasformazione digitale delle amministrazioni, la continuità dei servizi e la sicurezza economica del Paese. La medesima impostazione è stata, inoltre, rafforzata e trova nuova linfa nel pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica, che interviene nei settori dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, del cloud e del software open source. La sovranità tecnologica tende così a trasformarsi da formula politica a criterio di orientamento delle politiche industriali, degli investimenti e delle decisioni amministrative.

La vicenda Poste-TIM può, dunque, essere letta come esempio di uno Stato che si rende sempre più strategico, non sostituendo il mercato e combinando partecipazioni societarie, regolazione, poteri speciali e programmazione amministrativa per conservare il controllo sulle capacità tecnologiche essenziali.

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