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Il SSN: verso una ri-centralizzazione?

di Elisa Rosso

16/10/16

La nostra Costituzione narra di come ogni cittadino del Paese Italia goda di pari diritti e dignità davanti alla Legge in quell’assetto istituzionale che è il nostro stato di diritto. È questo un imprescindibile criterio di uguaglianza che caratterizza ogni certezza civile, eppure, qualora orientassimo il processo attentivo all’Assistenza sanitaria erogata in Italia, sarebbe immediato l’evincere (in modalità lineare e, talvolta, drammatica) una parziale disconferma dei suddetti enunciati costituzionali.

Negli anni la progressiva attribuzione all’autonomia regionale dell’assistenza sanitaria ha purtroppo conosciuto, a volte, particolarismi confliggenti con l’originario mandato. Infatti, nella complessa articolazione delle realtà regionali italiane, differenti appaiono le capacità e la volontà applicative delle normative di legge. Molteplici le cause che concorrono a disegnare tali differenze geografie socio-politiche-ambientali, ma ineludibile appare la necessità di immaginare correttivi alla crescente deriva applicativo-gestionale di una “funzione assistenziale” troppo spesso svilita o mortificata. Mandato che, è giusto ricordare, è tutela e salvaguardia dell’integrità psico-fisica del soggetto di cura e di prevenzione e richiede oggi una rivisitazione delle attribuzioni definitorie dei principi sottesi. Forse il ripristino di una omogeneità trasversale a tutto il nostro SSN viene presa in considerazione nel prossimo quesito referendario cui saremo chiamati ad esprimerci.

Il 4 Dicembre 2016 si voterà infatti per il referendum costituzionale. Oltre l’abolizione del bicameralismo perfetto, la novità più importante riguarderà la riforma del Titolo V della Carta costituzionale, che attiene al riparto di competenze tra Governo e Regioni. Si prevede che alcune importanti responsabilità in ambito sanitario vengano riassegnate al Ministero, che potrà intervenire con maggiore incisività sui vari sistemi sanitari regionali, richiedendo con esplicita autorità alle Regioni meno adempienti i necessari cambiamenti affinché anche loro adeguino i propri standard qualitativi.

Con la riforma del 2001, il cui obiettivo fu quello di avvicinare i servizi ai cittadini, rendendoli più fruibili, venne prevista una legislazione concorrente tra Stato e Regioni; tuttavia, il modello ha riprodotto e moltiplicato nelle varie realtà i difetti del precedente sistema. Allo stato attuale, infatti, le regole non sono certe ed uguali per tutte e 21 le Regioni: basti pensare che la ricerca biomedica ha raggiunto traguardi nella creazione di terapie sofisticate ed innovative ma, non essendo l’accesso a questi possibile in tutte le Regioni, si è di fronte ad incomprensibili disparità di trattamento tra pazienti. Ogni Regione ha acquisito  ampia autonomia nella gestione del proprio sistema sanitario, e dopo 15 anni i risultati sono visibili ad occhio nudo: sistemi regionali diversi uno dall’altro, con alcune Regioni che forniscono servizi efficienti, presentando bilanci in pareggio, ed altre con un’offerta sanitaria carente, e conseguenti importanti deficit da gestire.

Volendo fare una fotografia dello stato attuale di salute degli italiani, si registrano differenze sempre più evidenti di aspettative di vita (oltre che di disponibilità sanitarie strutturali) a seconda del territorio in cui si vive, e la crescente frammentazione dei sistemi informativi del nostro paese sta creando enormi problemi di coordinamento, interoperabilità, costi ed efficienza dei servizi offerti. L’obiettivo da perseguire è allora, anche, quello di eliminare errori e duplicazioni di attività. Numerosi risultano essere infatti gli sprechi protagonisti dell’attuale governance, tra cui è possibile annoverare uno sviluppo di software e piattaforme gestionali analoghe, seppur non dialoganti fra le Regioni, anagrafiche pazienti su base regionale, errori di allineamento dei dati e duplicazione dell’archivio pazienti. Non si può parlare di sostenibilità del Sistema senza razionalizzare le informazioni, in modo che i parametri di riferimento siano governati e misurabili a livello nazionale (quando già questo dovrebbe avvenire a livello europeo). Serve l’introduzione del codice univoco del paziente. Non è più ammissibile che le informazioni sensibili del cittadino siano disseminate in una miriade di sistemi informatici diversi, spesso gestiti con modalità tali da non garantire un’adeguata sicurezza e governance.

In questa chiave di lettura, il fascicolo sanitario elettronico non può più essere lasciato nella disponibilità delle singole Regioni, perché questo implica un sistema di identificazione del pazienti frammentato ed un’applicazione di differenti modalità di inserimento delle informazioni. Il mancato accentramento dei dati procura un maggior costo, oltre che un maggior rischio clinico, e l’impossibilità di parametrare correttamente i risultati sanitari ed i costi effettivi, data l’assenza di criteri identici.

La sanità risulta quindi divisa in tanti sistemi sanitari diversi. Gran parte dell’efficacia della Riforma attuale risiede nella incisività di un eventuale intervento commissariale da parte dello Stato (non più affidato ai Governatori) sulle Regioni inadempienti nell’erogazione dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).  Si procede per questa via nella direzione di una maggiore responsabilizzazione, per ridare stessi diritti a tutti i cittadini, ricentralizzando le decisioni di politica sanitaria rispetto alla decentralizzazione della Riforma del 2001. Dovranno essere garantiti su tutto il territorio nazionale le “Disposizioni generali e comuni per la tutela della salute”, mentre alle Regioni rimarranno le competenze per la “Programmazione e l’organizzazione dei servizi sanitari”; tuttavia, tramite una “clausola di sovranità”, lo Stato potrà intervenire in tutte le materie non riservate alla legislazione esclusiva qualora lo richieda l’interesse nazionale.

Appare necessario riformulare una centralizzazione delle scelte operative, soprattutto in campo sanitario. Cosa che nel lungo periodo attenuerebbe la classica immagine delle prestazioni erogate a macchia di leopardo del settore: basti pensare che servizi come screening oncologici, assistenza domiciliare, terapia del dolore, sono spesso assenti in molte Regioni. La formazione di un Fascicolo Sanitario Elettronico Nazionale, e non più regionale, e l’esistenza di una piattaforma nazionale di telecomunicazione sanitaria (che connetta le strutture sanitarie con il territorio) possono essere validi strumenti per aggiungere diritti ed ovviare alle trascuratezze sin qui verificatesi.

In conclusione, serve la presa in cura nazionale dei pazienti, anche per rispetto dell’art 32 della Carta Costituzionale: il diritto alla salute non può variare in base al luogo di residenza! Si sente forte l’esigenza di un Fascicolo sanitario Elettronico nazionale, unico per ogni utente, e progettato in modo da poter trasmettere in tutta Italia le medesime informazioni – nel rispetto ovviamente della privacy dei pazienti – basato su medesimi standard tecnici e qualitativi. Sarebbe opportuno far tesoro delle best practice delle Regioni più virtuose, correggendo sistemi a volte inefficienti ed inefficaci, che esitano in gestioni disfunzionali. I benefici in termini di appropriatezza saranno molteplici: da un (ovvio) snellimento delle procedure burocratiche gravanti sull’utente, ad un notevole risparmio dei “costi occulti” (duplicazione dei pazienti; pazienti attribuiti a più medici territoriali diversi; pazienti deceduti o trasferiti non eliminati dagli elenchi dei medici di medicina generale; sovrapposizioni prescrittive). Con la Riforma del titolo V della Costituzione si procederà ad un’applicazione maggiormente rispettosa ed eticamente significativa dei criteri chiave del nostro ordinamento giuridico: uguaglianza e pari opportunità.

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