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La risposta ad una crisi societaria. Italia vs Regno Unito

di Marianna Moscarelli

12/06/16

1. Lo Stato azionista italiano a confronto

Lo Stato italiano svolge il ruolo di investitore in modo diverso rispetto agli altri Stati dell’Unione Europea. In particolare, se vogliamo contrapporlo allo Stato francese, possiamo vedere come questo sia nettamente più coinvolto negli affari delle società partecipate indirizzando gli investimenti e ponendosi a capo della loro attività, fornendo linee guida a cui tutte devono uniformarsi.
Fin dalle prime privatizzazioni della Thatcher, lo stato inglese è stato sempre conosciuto come un investitore che lascia ampio spazio ai privati, guardando principalmente al profitto delle proprie azioni.
In questa prospettiva comparata, volutamente sintetica, lo Stato italiano risulta ancora un timido investitore: talvolta porta a termine le privatizzazioni iniziate negli anni 90 – si pensi alla recente privatizzazione di Poste Italiane s.p.a. che ha previsto la vendita di azioni sul mercato – talvolta invece, continua a rivestire il ruolo del cosiddetto “salvatore” rispetto a società o banche in perdita, comprando azioni o procedendo al salvataggio delle stesse secondo modalità che comportano intervento pubblico.
Possiamo vedere come agiscono nella pratica lo Stato italiano e quello inglese rispettivamente alla crisi che sta investendo in Italia, Monte dei Paschi di Siena s.p.a. e nel Regno Unito la Green Investment Bank plc.

2. Il caso Monte Paschi di Siena e la risposta italiana

Per quanto riguarda l’Italia, Monte dei Paschi di Siena s.p.a. creata nel 1995 con un decreto del Ministero del Tesoro, è stata quotata nel 1999 sulla Borsa Valori di Milano con un’offerta pubblica. Con la quotazione in borsa la società inizia ad acquisire visibilità ed investimenti, tanto che nel 2010 supera lo «stress test» – una valutazione della riserva di capitale che è effettuata da parte del Committee of European Banking Supervisors (Cebs) in collaborazione con la Bce e la Commissione europea – che verificava la solidità patrimoniale per verificare la capacità di resistenza alle crisi bancarie.
Dal 2011 in poi lo scenario per Monte dei Paschi di Siena inizia a cambiare, registrando perdite continue, tanto da far varare nel 2012 degli strumenti finanziari, detti Monti bond, destinati ad un rafforzamento della società. Il Mef si è trovato quindi a sottoscrivere un capitale pari a 3 miliardi circa, di cui la banca ha provveduto a rimborsarne solo una parte. Il problema attuale si pone per la restante parte, 50 milioni, che il cda vorrebbe rimborsare in azioni e non in denaro.
Il rimborso in azioni comporterebbe la concreta possibilità che il Ministero del Tesoro, che possiede il 7% delle azioni, si trovi ad essere il primo azionista della banca. Questo processo solleverebbe dei problemi per la validità del «bail in», consistente in un salvataggio interno delle banche che si contrappone al «bail out», quel salvataggio realizzato tramite il ricorso allo strumento pubblico. I primi a farne le spese sarebbero i contribuenti.
Il «bail in» è una creazione europea, introdotto con la direttiva Bank Recovery and Resolution Directive (Brrd), che impone agli stati di gestire le crisi degli enti creditizi tramite il ricorso ai privati, evitando salvataggi pubblici. Quindi, come le società di diritto privato, nel caso in cui le banche si troveranno a fronteggiare delle crisi gli azionisti della banca saranno i primi a risponderne. In particolare, il «bail in» impone anche alcune misure preventive che, se risultassero inefficaci, avvierebbero un sistema di risposta alla crisi specificato all’interno della direttiva. L’interno processo viene posto sotto la direzione della Bce e, nel caso italiano, congiuntamente con Banca Italia.
La procedura di risoluzione prevede che i primi a farne le spese saranno gli azionisti delle società, che vedranno azzerarsi il valore delle proprie azioni. Se queste non sono sufficienti, saranno chiamati a risponderne gli altri titolari di strumenti finanziari emessi dalla banca, secondo il seguente ordine: la prima categoria ad essere aggredita sono «le azioni e altri strumenti finanziari di capitale», poi i «titoli subordinati senza garanzia» fino ad arrivare ai «crediti non garantiti». Gli ultimi ad essere presi in considerazione saranno i conti correnti superiori ai 100.000 euro.
Un’aggressione così prevista potrà essere condotta solo finché non si raggiunga una cifra pari all’8% del totale passivo della banca in quanto poi scatterà l’intervento del fondo di risoluzione.
È evidente come, se la banca ripagherà il suo debito in azioni, lo Stato azionista italiano si troverà come in precedenza ad adoperarsi per il salvataggio di questa società, ricoprendo un ruolo salvifico piuttosto che di azionista vero e proprio, ponendosi inoltre in leggero contrasto con la normativa europea per il salvataggio delle banche.
A questa tesi però si contrappone una realtà che ha risposto diversamente: da un lato il Governo è fermo nel ritenere che questo procedimento non corrisponde ad una nazionalizzazione, bensì ad un intervento pubblico temporaneo; dall’altro la Borsa di Milano, alla annunciata possibilità di un “intervento” pubblico, ha chiuso in rialzo con l’accrescimento dei titoli Mps.

3. La crisi della Green Investment Bank e la reazione privatizzante del Regno Unito

Muovendoci verso la Gran Bretagna possiamo vedere come la risposta ad una crisi di una società cambi notevolmente. La Green Investment Bank plc (GIB) è stata fondata nel 2012 dal governo inglese per reperire fondi volti al finanziamento degli investimenti privati verso progetti di protezione e sviluppo dell’ambiente. È una società partecipata e la proprietà spetta al Department for Business, Innovation and Skills. Dopo soli tre anni dalla sua creazione, la società versa già in una crisi che pesa sul bilancio pubblico.
L’aria che si respira è quella di voler privatizzare totalmente la società, tramite un’offerta pubblica delle azioni ancora detenute dallo Stato, anche se molti si pongono il problema di un possibile mutamento dello scopo sociale tramite la sua totale privatizzazione. Questo veniva in qualche modo garantito dalla presenza del Governo come azionista. Alcuni infatti ipotizzano la creazione in capo al governo di una «special share» nella GIB affinché l’attività della società rispetti i suoi original goals.
Nel febbraio scorso è stato presentato al Parlamento un policy paper dal Shareholder Executive – che si occupa delle relazioni del governo con le società private e partecipate – per rispondere alle questioni dell’assemblea e prevedere un piano di risoluzione della crisi.
In questo paper viene sottolineato come un apporto dei privati nel governo della società sia essenziale per la sopravvivenza e lo sviluppo delle attività che fanno capo a questa, obiettivo questo che con il solo apporto del Governo non potrebbe essere raggiunto. Porre in essere questo cambiamento aumenterebbe il capitale della società con la sola condizione che venga preservata l’identità della GIB. Sembra quindi che l’unico modo per ristrutturare e redirect GIB può avvenire solo con l’interesse dei privati.
Il governo deve decidere la procedura con la quale vendere le proprie azioni, rispettando vari principi con particolare attenzione alla trasparenza. Sono stati presi in considerazione anche approcci alternativi per la ricapitalizzazione, come ricorrere all’European Fund for Strategic Investment, agli investitori istituzionali, o richiedere un direct investment alla Bce. Approcci alternativi alla stessa privatizzazione sono passati al vaglio del Governo come riciclare i fondi o mantenere i fondi del Governo.
Vengono infine segnati dei limiti generali per l’applicazione di un potere residuale del Governo contenuto in quella special share, di cui molti chiedevano la previsione, che dovrebbe consistere nel controllare e indirizzare gli investimenti in particolari settori. Infatti un intero capitolo è dedicato alle garanzie che l’Esecutivo deve dare per evitare il passaggio nel “non green sector”.

4. Conclusioni

Nonostante la crisi abbia toccato delle società partecipate operanti in due settori che possono considerarsi differenti e nonostante siano situazioni in divenire, è chiaro come il tipo di approccio cambi da Stato in Stato. Quello italiano continua per certi versi ad essere cauto e malgrado spinte più decise in altri settori, fa dei passi indietro in altri. Lo Stato inglese, conservando un’impostazione totalmente diversa e stratificata con il tempo, interviene nei rapporti con le società con una tendenza a privatizzare ampi settori, più attenta alla rendita finanziaria. La soluzione di privatizzare una società, con i suoi pro e contro, sicuramente la renderebbe più snella e flessibile all’interno di un mercato competitivo; la presenza dello Stato tra gli azionisti, al contrario, porterebbe una maggiore stabilità rispetto ad eventuali crisi. Lo Stato inglese nelle sue privatizzazioni ha sempre proceduto in modo chiaro e lungimirante, quello italiano sembra essere inconsapevole.

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